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Kime no Kata di Daniele Mainenti
Il Kime No Kata, il kata della decisione, fu inserito da Jigoro Kano sin dai primi anni del Judo Kodokan nel metodo della propria scuola assieme al Nage No Kata, al Katame No Kata ed al Ju No Kata. Inizialmente esso veniva chiamato “Shobu Ho No Kata” o “Shinken Shobu No Kata”, kata del combattimento reale e le tecniche erano inferiori alle attuali venti. L’allora Shinken Shobu No Kata era una sintesi delle tecniche apprese da Kano in gioventù nello studio delle diverse scuole di Ju Jitsu dell’epoca e prevalentemente della scuola Tenshin Shinyo Ryu del maestro Iso Matauemon, esperto di atemi waza, che la fondò negli ultimi anni dell’epoca feudale (Bunkyu 1861-1863), poco prima dell’inizio dell’epoca della restaurazione (Meiji 1868-1912). All’epoca i samurai portavano ancora le spade, vietate successivamente con un editto imperiale il 28 febbraio 1876. Da notare che proprio da questa scuola Jigoro Kano trasse anche l’Itsutsu No Kata, il kata dei cinque principi. In seguito il fondatore del judo assieme ad una commissione di esperti ampliò e rivisitò questo kata portando il numero di tecniche alle attuali venti e chiamandolo appunto Kime No Kata. Il Kime No Kata è senz’altro uno dei kata più affascinanti del judo, uno dei kata più “mistici”, carichi e densi di storia. Un kata molto teatrale, drammatico, che ci riporta indietro nel tempo in cui in Giappone i samurai vivevano in simbiosi con le proprie armi e non se ne separavano mai. La forma e la forza sono evidenziati al massimo in questo kata. Abbiamo già detto che la forma ci permette di tramandare nel modo più corretto possibile i gesti, le tecniche, i principi dell’arte marziale judo. Questa caratteristica non è esclusiva dell’arte marziale. Altre pratiche culturali giapponesi che comportano una gestualità come il teatro, la danza, la calligrafia, la cerimonia del tè, etc., conservano e tramandano nel tempo, proprio appunto con i kata, i gesti, i movimenti antichi. Prendiamo la cerimonia del tè. Semplicisticamente noi occidentali saremmo portati a pensare che essa comporti l’assaporare la bevanda. L’orientale invece gusta ed assapora ogni momento dell’atto che evidentemente avrà il suo apice nello spazio temporale del bere, ma senza però tralasciare ogni attimo della cerimonia stessa, dall’inizio alla fine. Ma ora vediamo la forma nel Kime No Kata. Dobbiamo immaginare di dover interpretare la scena teatrale di un tempo antico in cui era usuale per il samurai portare con sé la spada ed il pugnale. Uke va a far visita a Tori presentandosi con le armi nella mano destra e con il filo delle lame rivolto verso l’alto. La tradizione giapponese vuole che quando le armi siano tenute nella mano destra non si abbiano intenzioni bellicose. Tori accoglie nella propria casa Uke inizialmente proprio perché quest’ultimo non dimostra le proprie intenzioni bellicose. Le prime otto tecniche eseguite dalla posizione inginocchiata, “idori”, rappresentano infatti situazioni in cui i due attori siano in un ambiente familiare, in una stanza e stiano conversando inginocchiati come vuole ancora l’usanza giapponese. Immaginiamoli magari inginocchiati nell’atto di bere un tè o di mangiare qualcosa assieme. Alle varie situazioni d’attacco di Uke, senz’armi o con le armi, frontalmente, di fianco o dietro, rispondono precisi contrattacchi di Tori. I due attori stanno combattendo per la vita. Le loro azioni sono portate con la massima decisione e forza. Uke attacca con decisione per uccidere. Tori si difende con decisione per non essere sopraffatto. I samurai affermavano: “un colpo, una vita”, l’attimo in cui bisogna a tutti i costi sopraffare per non essere sopraffatti. Qui subentra il concetto di forza. Forza intesa come decisione estrema nell’eseguire l’atto che sia d’attacco piuttosto che di difesa, che sia l’atemi piuttosto che la parata. L’allenamento al kime, alla decisione estrema, ci deve portare ad esprimere in una frazione di secondo il massimo della nostra forza, anzi, l’allenamento ci aiuta a superarla. E’ noto a tutti che in una circostanza di estremo pericolo è possibile dimostrare una forza di gran lunga superiore a quella che solitamente si esprime. Il cercare di migliorarsi, il cercare di andare al di là di questa soglia di forza, la capacità di concentrare in un attimo tutte le proprie energie e di più, porta a capire ed utilizzare in questo kata il kiai. Il kiai è l’espressione della nostra concentrazione psichica nell’attimo dell’azione. “Ki” in giapponese significa mente, cuore, spirito. Forza vitale, forma d’energia, energia universale capace di infinite espansioni e contrazioni. Il significato letterale di “ki” è respiro; “ai” significa sistemare. “Sistemare il respiro”, un enorme potere mentale e fisico che può essere scaricato con un’esalazione breve ed esplosiva. La sua intensità è determinata dal grado di tensione presente nei muscoli respiratori ed addominali. Il grido, il kiai, fuoriesce dalla gola, ma parte dalla contrazione dell’addome, del tandem. Il tandem, elemento essenziale nello studio delle arti marziali. Da esso ha origine la forza che trasmettiamo agli arti. Maggior afflusso di sangue ai muscoli ed al cervello, contrazione del respiro come conseguenza del corretto utilizzo dell’addome. In sostanza quello che noi occidentali chiamiamo “forza esplosiva”. Kime e kiai sono l’essenza del Kime No Kata la pratica del quale – oltre ad essere un ottimo esercizio per lo studio degli atemi e della difesa personale – è una componente essenziale in tutte le azioni di judo, migliora la determinazione e l’efficacia nello shiai e nel randori. Tutti i movimenti eseguiti in questo kata, dal cerimoniale alle azioni, sono calcolati e niente è lasciato al caso. Inoltre, essendo un kata legato a costumi antecedenti l’epoca Meiji, la restaurazione, tutto è molto ritualizzato. E’ importante iniziare lo studio di questo kata muovendosi lentamente. Gli atemi sin da subito debbono essere portati con la massima precisione. I movimenti vanno tutti eseguiti inizialmente al rallentatore. Fin da subito, anche se ci muoviamo lentamente, sia Uke che Tori debbono inserire e coordinare il kiai proprio per abituarsi ad esso, per utilizzarlo al meglio poi nel proseguo quando esso sarà parte essenziale e determinante nell’esecuzione del Kime No Kata. Ogni volta che i due attori si apprestano ad iniziare una tecnica devono eseguire una respirazione profonda per calmare il proprio spirito, per concentrarsi nell’attimo che seguirà: “un colpo, una vita”.
Il Kime No Kata è suddiviso in due parti. La prima è chiamata “idori” ed è composta da otto tecniche che vengono eseguite dalla posizione inginocchiata. La seconda è chiamata “tachi ai” ed è composta da dodici tecniche eseguite dalla posizione eretta. La parte “idori” prevede, oltre ad attacchi di presa ed atemi, tre attacchi eseguiti con il pugnale (“tanto”). La parte “tachi ai” perevede, oltre ad attacchi di presa ed atemi, due attacchi eseguiti con il pugnale e due attacchi eseguiti con la spada (“daito” o “katana”).
IDORI- ryote dori: presa ai polsi - tsuki kake : pugno al ventre - suri age: colpire con il palmo della mano - yoko uchi: pugno laterale - ushiro dori: presa alle spalle da dietro - tsuki komi: pugnalata al ventre - kirikomi: fendente - yoko tsuki: pugnalata al fianco
TACHI AI- ryote dori: presa ai polsi - sode dori: presa alla manica - tsuki kake: diretto al viso - tsuri age: pugno dal basso - suri age: colpire con il palmo della mano - yoko uchi: pugno laterale - ke age: calcio al basso ventre - ushiro dori: presa alle spalle da dietro - tsuki komi: pugnalata al ventre - kirikomi: fendente - nuki age: bloccare lo sfodero della spada - kiri oroshi: fendente di spada
NOTA: A seconda delle varie epoche in Giappone i samurai portavano diversi tipi di spada. Più lunghe, più corte, pugnali ed altro. Esse venivano portate sospese o infilate in cintura, oppure portate sulla schiena, a tracolla. A seconda delle epoche e delle varie lunghezze delle lame esse presero nomi diversi. La spada che viene considerata nel Kime No Kata è la katana o daito. La katana si portava al fianco sinistro, infilata nell’obi (cintura), con il taglio rivolto verso l’alto e la sua lama andava dai 60,6 cm in su (due shaku). Il pugnale che viene considerato nel Kime No Kata è il tanto. Il tanto si infilava anch’esso nell’obi (cintura), con il taglio rivolto verso l’alto, ma veniva generalmente portato non al fianco bensì al ventre. La sua lama non superava i 30,3 cm (un shaku). Da evidenziare che nel Kime No Kata entrambi i “Kirikomi” (fendenti) che Uke tira a Tori, nella realtà andrebbero portati con la wakizashi e non con il tanto; la wakizashi era una spada corta la cui lunghezza variava dai 30,3 cm (un shaku) ai 60,6 cm (due shaku). Dal 1600 e fino alla fine dell’epoca feudale, 1867, la wakizashi era portata insieme alla katana al fianco sinistro, infilate nell’obi (cintura), entrambe con il taglio rivolto verso l’alto, componendo così il “daisho” del samurai. Proprio per questo nella realtà il tanto non si poteva trovare infilato al fianco sinistro in cintura del samurai. Da evidenziare infine che solamente la casta dei samurai poteva portare spade con lame superiori ai due shaku (60,6 cm).
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