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  Ju no kata di Daniele Mainenti

 

Il Ju no kata, il kata della cedevolezza,  è stato per parecchio tempo  considerato il “kata delle donne”. Tant’è che proprio anche presso la nostra Federazione, i vecchi praticanti se lo ricorderanno, sino a pochi anni fa, esso era esclusiva materia d’esame di passaggio di dan delle cinture nere femminili.

Il Ju no kata invece fu ideato da Jigoro Kano nel 1887 assieme al Nage no kata ed al Katame no kata, epoca in cui le donne non praticavano ancora il judo.

Inizialmente il Ju no kata consisteva in dieci tecniche ed era definito il kata della ginnastica (Taiso no kata). Solamente nel 1907 si arrivò all’attuale classificazione con quindici tecniche, prendendo appunto il nome di Ju no kata.

La prima donna a partecipare alle lezioni di judo impartite al Kodokan da Jigoro Kano è stata Sueko Ashiya, la quale ha iniziato l’attività nel 1893, quindi sei anni dopo che Jigoro Kano aveva ideato il Taiso no kata.

E’ pur vero che sin da subito il fondatore del judo non aveva una propria metodologia per insegnare alle donne. Assieme al proprio allievo Tomita perfezionò quindi uno specifico programma partendo proprio dall’insegnamento del Ju no kata che permetteva un’introduzione graduale al judo, onde non spaventare le praticanti prima di aver raggiunto un grado ed un’esperienza tali da potersi cimentare in tecniche più complesse.

Come detto prima, la particolarità di questo kata, pur essendo classificato come kata superiore, sta nel fatto che esso non necessita di un tatami e nemmeno del judogi. Il Ju no kata può essere praticato dovunque e da chiunque, anche da persone anziane.

Magari non ce ne rendiamo conto, ma il Ju no kata è un ottimo e valido strumento che possiamo tranquillamente inserire in qualsiasi momento della lezione di judo, sia durante la ginnastica di riscaldamento, che nell’allenamento specifico. Lo possiamo tranquillamente insegnare sia a giovani, che ad anziani.

Riteniamo che, assieme al Koshiki no kata, questo kata rappresenti il vero spirito dell’arte marziale  judo; il “ju”, la cedevolezza, la flessibilità, il cedere per meglio vincere. Il Koshiki no kata lo si può definire il kata della cedevolezza dei tempi antichi, il Ju no kata, il kata della cedevolezza dei tempi moderni.

Esso, specialmente all’inizio, deve essere praticato con la massima lentezza in quanto lo scopo principale dell’esercizio è la massima precisione del gesto.

Il gesto stesso racchiude in sé però tutti i principi del judo: il colpire, lo schivare, il caricare, lo squilibrare, il controllare, etc.

Solo ad un livello superiore di apprendimento si potrà aumentare la velocità del kata e si potrà anche provare per ogni tecnica a proiettare l’avversario.

Seppur i movimenti siano lenti, sin da principio, dobbiamo eseguire questo kata con la massima concentrazione ed efficacia. Il colpire, lo schivare, lo squilibrare, etc. debbono essere eseguiti con la massima tensione e fluidità,  per evitare che la rappresentazione del kata diventi una cosa “morta”.

Proprio quando le tecniche si susseguono meccanicamente, il kata perde ogni suo significato.

Se l’esecuzione è viva, vera, reale, genuina allora si ha spettacolo.

  

I movimenti debbono essere fluidi, non pesanti, ma nello stesso tempo trasmettere nello spettatore l’economia, l’armonia e l’efficacia del movimento finalizzato.

Se il nostro corpo è rigido, se non sentiamo la posizione ed il movimento, non arriveremo mai a rappresentare degnamente questo kata, tra i più accessibili, ma nello stesso tempo tra i più complicati.

Per spiegare meglio il concetto di “tensione e fluidità massime”, prendiamo ad esempio la tecnica “uchi oroshi” (colpo dall’alto).  Uke esegue un movimento circolare con il proprio braccio destro per caricare il pugno che poi andrà a cercare di colpire Tori dall’alto. In questo movimento di preparazione – che deve essere lento e con una velocità costante (massima fluidità) -  Uke deve dimostrare allo spettatore che il braccio ed il pugno hanno la massima forza, sono caricati per colpire, per distruggere. Uke deve sentire l’energia scorrere dai muscoli addominali, al braccio, sino ad arrivare alla punta delle dita. Durante questa fase, importanza vitale ha il controllo dell’inspirazione e la partecipazione all’azione dei muscoli addominali (tandem)

 

Il Ju no kata si compone di 3 serie di 5 tecniche ciascuna. Il nome delle tecniche viene dato dagli attacchi di Uke:

 

Dai Ikkyo (primo principio)

Tsuki dashi - trafiggere con la mano

Kata oshi - spingere la spalla

Ryote dori -  ripresa ai polsi

Kata mawashi - far girare le spalle

Ago oshi - spingere il mento

 

Dai Nikkyo (secondo principio)

Kiri oroshi - tagliare dall’alto

Ryokata oshi - spingere in basso le spalle

Naname uchi - colpo diagonale agli occhi (uto)

Katate dori - afferrare una mano

Katate age  - sollevare la mano

 

Dai Sankyo (terzo principio)

Obi tori - afferrare la cintura

Mune oroshi - spinta sul torace

Tsuki age - pugno montante

Uchi oroshi - colpo dall’alto

Ryogan tsuki - dita negli occhi

 

Articoli

Approfondimenti

J-Kata

Daniele Mainenti IV° Dan Judo

"Opinioni sullo sviluppo della pratica agonistica del Kata"

"Curriculum"

 

Pubblicazione di Daniele Mainenti su:

kime no kata

Kodokan Goshin Jitsu

Nage No kata

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